Canale 1
Squilla.
E’ lei?
Sì, è lei.
“Ciao”,
“Ciao, ti amo, mi manchi tantissimo”
“Mi fai male a dire così, sai che sono confusa. Eppoi dopo quello che mi hai detto..”
“Ti prego” – sento che divento pietoso.
“Ti ho chiamato per quella cosa (sostituire a “cosa” un’amenità qualunque, trattandola come una incognita, la “x” matematica, per un’equazione che finirà risolta banalmente, con delusione del risolvente – io – tipo: “x = cosa = faccenda-in-sospeso”).
“Ah, ma io ti amo, ho bisogno di te” – imploro.
Rifaccio.
Canale 2
Squilla.
E’ lei?
Sì, sì. E’ lei. Cosa vorrà dirmi? Sono con il pollice sul tasto verde del cellulare: non oso rispondere (a lei e alla mia domanda: temo sia per una cosa qualunque, una “x” matematica, un’equazione blah, blah, vedi supra).
Premo verde. E’ il colore della speranza, in fondo.
“Ciao”
“Ciao”
“So che non dovrei dirlo, per tutto quello che di schifoso mi hai scritto, scrivendo anche ai miei amici etc, ma mi manchi, tantissimo”.
Penso che in fondo c’è ancora quel “so che non dovrei” e “schifoso che mi hai scritto”, ma si fa largo anche un “mi manchi tantissimo”: e se..
Continua lei: “come stai tu?”
“Ti amo”
Rifaccio.
Canale 3
Squilla.
E’ lei.
So cosa devo dirle: sostituirò qualunque “x” di cui lei vorrà parlarmi perché “x” è solo un pretesto. Lei mi vuole. Non riesce a dirlo, magari e ancora, ma dietro ogni – qualsiasi – frase c’è, ne sono sicuro, il suo bisogno di me.
“Scusa se ti ho chiamato. So che non avrei dovuto”.
Frano.
Poi mi riprendo: è stato solo un attimo: devo pensare che: oltre tutte le parole, oltre tutto quello che può dire, nel mondo oltre il mondo, nel silenzio e nell’ombra di un sole minaccioso che dice di sapere quello che vuole e dardeggia le sue richieste, cresce ed è sempre presente il suo amore per me.
“Mi manchi” – evito il precipitoso “ti amo”. “Mi manchi” vuol dire “a me, manchi, e tu?” Non posso impegnarla subito in un ipotetico baratto finale, tipo mezzogiorno-e-mezzo-di-fuoco in cui al “ti amo” occorre la replica istantanea del “ti amo anch’io”. Più prudenza ci vuole, delicatezza, condurla per mano verso quello che non riesce a dire ma c’è, iniziando da un “mancare” per l’appunto. Se manca – al momento – è ovvio che non può dirlo.
“Anche tu, ma non posso.”
Ah no? mi chiedo silenzioso. E perché no? chiederlo sarebbe una trappola, mettersi con le spalle al muro e chiedere la fucilazione istantanea, il gas lacrimogeno e di essere bendato alle ginocchia, piuttosto che al volto, per evitare al caso un ultimo e impossibile tentativo di fuga, se alla prima raffica il plotone di esecuzione avesse – miracolosamente – mancato il bersaglio. Dopo aver fatto un passo falso sarebbe come chiedere al plotone di esecuzione di essere misericordioso, come se fossero lì per darti solo il tocco finale, la pistolettata silenziosa e pietosa alla tempia, e non la raffica crivellante. Non va così, di solito, in un’esecuzione. Sommaria. Le pallottole si sprecano. Si sommano. Ti bucano tutto, non solo la testa. Perciò cautamente dico “lo so” (prima strategia: confermare la pazzia, assecondare la follia), “lo so che non puoi” (perché? Continuo a chiedermi silenzioso, però).
“Non posso perché…”
Ecco: ho sbagliato nuovamente. Ora è lei che mi spiegherà “perché” non può. Verranno elencate le ragioni, i motivi, una sarabanda totale, una lista completa che si srotolerà in successione e non mancherà di rimpolparsi e crearsi, allungarsi, strisciare, crescre e arrotolarsi attorno ad ogni mia possibile replica.
Rifaccio.
Canale 4
Squilla.
Spero lei abbia letto tutto quello che ho scritto sul mio blog, ovvero qui. Spero che abbia capito quanto mi manca.
“Ho letto tutto quello che hai scritto nel blog”.
Beh, penso, non è possibile: lo sto scrivendo. Non puoi aver letto anche questo: lo sto componendo proprio in questo momento, adesso!
“E’ inutile: lo so che sei bravo con le parole, ma ho già letto tutto. So cosa vuoi dire, so cosa hai voluto dire e cosa potresti dire”.
Metastoricità, metanarrazione: siamo nel paradosso.
A questo punto è inutile pure continuare con la finzione della telefonata. Ti parlo direttamente dal testo, tanto lo stai leggendo, giusto? “Giusto!”
Posso evitarmi di virgolettare le tue parole? Sì. Grazie: devo fare sempre un salto con lo shift-2, per scrivere le virgolette ed è scomodo. Fai pure, tanto non serve comunque a nulla: io sono già alla fine di questo capoverso, mentre tu mi stai ancora scrivendo. Mentre tu mi stai ancora scrivendo.
Non possiamo provare? (sono io che scrivo)
Abbiamo già provato e non funziona. Sono io che non funziono. (sono sempre io a scrivere, ma è lei che parla, cioè tu).
No, no, ti prego.
Non cadere nell’errore del canale 1 e 2: sai che mi fai male se mi preghi, perché io soffro, soffro per te. Ma soprattutto soffro per me, non sai quanto soffro a leggere quello che scrivi. Ma devo pulirmi, e non è possibile: però ogni cosa che ti ho detto è stata sincera, la provavo, quando te l’ho detta.
Sì, ma l’amore non è puntiforme, mica puoi dire: hei, adesso ti amo, e pretendere di essere sincera solo perché esattamente in quel momento la provi anche se sai che dopo un attimo potrebbe essere diverso..voglio dire, non io non posso…
So che non puoi, tesoro. Per questo sono qui a leggerti e scriverti (dice e scrive lei).
Ti amo. Scrivo io, mi stai leggendo? Mi stai leggendo ancora? Sei ancora qui? Hai i tuoi occhi su queste lettere? Hai il tuo sguardo proprio qui? Su questo punto di domanda, scivolando di parola in parola su questo che vado a dirti, ti prego, mi manchi, mi manchi, mi manchi, resta su queste parole, tieni compagnia alle mie parole, accompagnale: mi manchi, mi manchi, mi manchi, non lasciarle orfane, stacci sopra, coccolale, prendile con te, custodiscile, accudiscile, fai all’amore con le mie parole e tornamele, tornamele moltiplicate per mille, per diecimila, piangi. Ti prego, bagna queste parole.
Sono nuovamente patetico.
Beh, un po’.
Grazie.
Prego.
Ma è così.
Perché non puoi?
Tanto me lo diresti comunque, no, che (io) te lo domandi o che (tu) me lo dica.
Perché sono confusa. Sei stato la persona più importante della mia vita.
Sei stato? Non ferirmi con questo “stato” (shift+2), come se fossi il passato. Io sono qui, il presente, al presente, anche se quando mi leggerai questo sarà passato. Ma è un futuro anteriore: sarà passato. Capisci quello che intendo? Il mio amore sarà (forse) passato, ma ora è presente, è qui, in questi ingarbugliati giochi, in queste parole che vogliono trattenerti sempre, per sempre, sul video.
Passa oltre lo schermo. Passa oltre lo scherno. E’ un salto facile: vieni qui. Raggiungimi. Io sono proprio qui, oltre queste parole, aldilà di esse, oltre questo inchiostro virtualmente elettronico, fatto di shift+2amoreshift+2
Vorrei, l’ho voluto tanto: speravo che tu fossi quello.
Ah, non dire “vorrei”, condizionale e meno che meno non farmi male con “quello” “speravo che”.
Sono io che soffro, non hai idea di quanto soffro nel dirtelo (è lei, sei tu che parli ora).
E ancora, aggiungi: non era il momento giusto, io non ero pronta, tutti i miei errori, i miei non-tradimenti (giusto, giusto, come potresti esprimerti meglio? Per te non è “tradire”. Scusa, cazzo, lo so, non dovevo scherzare su questo: che erroraccio, ma non torno indietro e cancello).
Sarebbe inutile, infatti, Federico, perché ho già letto e comunque non possiamo far finta di niente, non esiste questo CANC-DEL, nella vita, per la nostra storia. Se ti ho fatto quello che ho fatto ci devono essere delle ragioni.
Non è vero: può essere capitato. Immotivatamente. Cioè: perché avevi paura che io fossi l’ultimo uomo, e tu hai venticinque anni. Hai gli ormoni, una psiche variabilmente instabile, tutto giocava a sfavore di noi.
Non funziona.
Non funziona.
Non funziona?
Non funziona?
Cos’è, facciamo un taglia/copia/incolla fra me e te? Fra quello che dico io e quello che dici tu? Daì, avevi detto che non avevi messo la parola shift+2fineshift+2 fra noi, che io ero troppo importante. (Com’è che nella lettera che hai mandato a quell’altro sugli ultimi tuoi anni della vita a Trieste io nemmeno ci sono: ci sono tutti i tuoi ex, gli amici, tutti-tutti-tutti e io nemmeno in una foterella, nemmeno di striscio, di profilo, come sfondo? Non capisci quanto questo mi abbia ferito, come mi sia sentito? Se sono stato l’uomo più importante della tua vita, com’è che non mi hai messo nelle foto? Cos’è, avevi paura di risultare indelicata includendomi nella tua vita con l’uomo con il quale mi hai costantemente paragonato – a tuo scrivere nella mail – e al quale non hai avuto paura di dire che hai fatto come lui con te, appoggiarsi a te/lui per abbandonarmi, come lui la sua donna? Dio, dio, non hai idea di quanto io sia stato male).
Shift+8ti prego, ti prego, fa che non sia accaduto, fa che tu torni da me piangendo e vuoi fare l’amore con me, che mi ami, mi dici che mi ami, che adesso – adesso! Qui! – lo sai, lo so che me l’hai già detto, che me l’hai detto anche il giorno stesso in cui sei andata a letto con lui, dopo poche ore che ci eri stata, che avevi capito che volevi me, che hai pianto, che ti mancavo, che hai urlato il mio nome, ma ti prego, dimmelo, dimmelo. Hai detto un mucchio di menzogne, e non fanno mai bene, almeno ora che sia vero o che sia falso dimmi come mi dicevi shift+2sposami!shift+2, sposami dicevi, questa potrebbe essere la soluzione dicevi shift+9
Sono sfiancato.
Ti penso in continuazione.
Voglio immaginare che queste parole, le ultime che abbiamo scritto, qui, le abbiamo scritte assieme.
Anche se non so cosa voglia dire, ti amo. E corri da me.