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Robinson arriva sull’isola. Per lui il tempo è solo una convenzione, a questo punto. La settimana è anche lei solo una convenzione.

Se si trova un compagno, non esiste alternativa: è Venerdì.

Isolamento: “situazione in cui, benché si sia circondati da una spiaggia, appare immancabilmente, ogni mattina, come l’ultima” (Definizione tratta dalla immaginaria e personale: “Enciclopedia dei Ciclopi”, ovvero e per tradurre correttamente il titolo già abbondantemente assonante e ridondante: “libro dove si cammina (pedòs) in giro (en-ciclòs), facendo un solo giro [ciclòs unico dell’occhio di Ciclope]”). “Isolamento” quindi è correttamente una delle voci principali della mia “Enciclopedia dei Ciclopi”.

Sfiga delle sfighe: chi ti arriva sull’isola? Uno che si spaccia per “nessuno”. Immagino cosa deve aver pensato il Ciclope, in preda ai dubbi: “ma adesso che c’è nessuno con me, sono ancora solo o sono in compagnia? Da una parte so che c’è nessuno con me, ma dall’altra so che sono in compagnia di nessuno”. Poveraccio.

Eppoi si sa come finisce: l’amichetto gli fissa un palo nell’occhio (nel culo evidentemente non gli riusciva, anche se la metafora è quella) e lo orba.

Faccio ridere. Buon per me che lo so. Almeno spero di far sorridere. Questo non lo so.

Quando arriva v/Venerdì, ci si trova nella condizione di Robinson e di Ciclope. Potrei avere compagnia, ma se solo provassimo a togliere quella “i” di compagnia, se solo potessi togliere quella “i” di torno..

Magari finisce –però- che a spostare quella “i” di troppo da “compagnia” quella si mette a vagare e finisce per infilarsi in “torno”, facendolo diventare “tornio”. Compagn(i)a in tornio. Nuovamente Ciclope: qui si corre il rischio di far affilare l’arma che ti renderebbe cieco.

Ritrarre.

Una persona da ritrarre.

Lo so che si può capire cosa intendo.

Lo so: basta credere che oltre la buccia delle cose c’è davvero qualcosa. Il seme eterno ed interno. Da lì non riesce ad andarsene.

Io credo nella realtà della realtà ulteriore. Come tutti quelli che disegnano, immancabilmente sognatori e metafisici: guardano dentro per vedere fuori.

Io so che c’è.

E non scomparirà.

 

Po(r)ker(ie) ;)

Stamattina vado in edicola e noto che è uscito l’ultimo numero di Poker Sportivo.

Stamattina devo fare una presentazione (di quelle ufficiali importanti, di quelle cioè che vedono tutti tirati in giacca e caravatta sull’attenti e attenti) e avrò di fronte a me il classico personaggio che, mentre gli stai raccontando le tue belle cosine e conclusioni e blah blah blah, è capace di fermare tutto e, sulla base di un appiglio “x” mettersi a narrare un aneddoto assolutamente assurdo sulla vita, i fatti e il mondo.

In fondo questo potrebbe confondere. Ma invece a me piace.

Io sono uguale: sono così. Mi vedo in uno specchio. Mi piace aprire le parentesi e far scivolare il discorso su zone apparentemente inconcludenti della vita, e aprire incisi, costruire subordinate, castelli dentro castelli più che scatole cinesi dentro scatole cinesi. I castelli sono il mondo del fantastico. Io amo le favole.

L’aneddoto con cui ad un certo punto sono stato interrotto riguardava un pettirosso.

Fantastico.

Io queste cose me le godo dal di dentro.

La gente, normalmente pensa: e quando torniamo su quello che ho da dire, quando passiamo nuovamente alle “cose importanti”?

In verità io penso: ecco che si apre il sipario. Mi metto comodo sulla poltrona, mi sistemo – penso: peccato che non mi diano pure una cocacola e del pop-corn – e aguzzo le orecchie.

Ragazzi: non c’è niente (o quasi – a dire il vero c’è, ma qui non posso dirlo, non ora almeno -) come ascoltare qualcuno che ti narra un episodio di vita vissuta così. Su due piedi. I percorsi mentali interni, i passaggi che hanno portato la persona che te/ve/ce lo racconterà sono e rimarranno perlopiù oscuri, ma non ha importanza: i dettagli sono importanti. Fascino.

Cantastorie.

Una volta mio padre, inizia la storia, ha raccolto un pettirosso. Gli mancava una zampa, poveretto e così lo abbiamo tenuto a casa (inizio classico). E’ rimasto con noi per due anni. Poi un giorno è volato via: ha sbattuto le alucce e s’è infilato oltre la finestra (finale apparente classico). – Breve pausa -. Riprende: è incredibile come ogni sera che ci mettevamo a guardare la televisione, lui andava sul mobile alle nostre spalle e lì si appollaiava. Guardava la tv con noi. (finale

Fine della storia.

Tutto qui.

Riparto con la presentazione.

Stamattina avevo una presentazione. E’ finita. E’ finita con il fatto che forse devo rifarla più tardi davanti all’Imperator stesso, il generale e comandante in capo delle forze armate, per così dire. Sono scattati tutti sull’attenti.

Mi aspetto che anche lui mi/ci racconti una storia, nell’intermezzo. Dio come amerei parlare, e raccontare, stare e dire, commentare, saltare di qui e di là con le parole, con la persona a mio fianco.

Vorrei abbracciarla forte e stringerla.

A me piace tutto. Piace parlare e piace stare in silenzio.

Io sono un adoratore. Vorrei cullare le cose.

Stamattina avevo una presentazione e ce l’avevo in testa da quando mi sono svegliato: cercavo di far spazio per questo. Avevo il powerpoint in test. Difficile far star tutto dentro, quando ci sono molti pensieri. Quindi: quando sono passato davanti l’edicola ho visto il nuovo numero di Poker Sportivo e me lo sono subito acquistato dicendomi: adesso mi leggo il mio articolo.

Relax, distensione. Ho passato una nottataccia. Mi sono svegliato di botto mentre squillava il telefono, ieri sera. Credevo fosse mattina, ero convinto fosse mattina. Erano trascorsi gli ovvi cinque minuti da quando mi ero steso, invece.

Mi sono risvegliato alle cinque senza poter capire nulla. Anche questa notte ero capovolto.

Sogno parecchio ultimamente.

So che questo blog slitterà inevitabilmente sul versante misticheggiante-psicologico: è inevitabile.

Adoro stare attento alle persone a cui voglio bene.

In ogni caso, cosa stavo dicendo d’importante? Ecco: mi sono detto “niente di meglio che attraversare il tempo e lo spazio della metropolitana leggendo il mio articolo”. Così mi rilasso.

L’articolo è carino e spiritoso. Purtroppo è stato un po’ tagliuzzato per ragioni di spazio (già così occupa tre pagine), ma nell’insieme è rimasto piuttosto coerente.

Roba leggera, comunque: per quattroeuroecinquanta si legge un pezzo piacevole uscito dalla mia penna. In effetti è un po’ caro, leggermi, se prendete la rivista solo per questo.

Ma se anche si rinunciasse a sorridere con me del pezzo appena pubblicato, non c’è motivo al mondo per perdersi il prossimo numero, quello di giugno. Quello è/sarà davvero divertente. E’ bizzarro, ironico, divertente e soprattutto in modo sottile autobiografico. Siccome è troppo lungo per stare in un unico numero l’ho addirittura dovuto trasformare in una soap e quindi verrà stampato a puntate (ma ciascuna ha un suo senso logico).

Pettirosso.

Presentazione.

Poker Sportivo.

E se davanti al comandante in capo interrompessi la presentazione e mi mettessi a raccontare una storia?

Ho sete. A coffe cup?

A coffee cup? “wheels within wheels”! (do you know this buzzword?)

Ragazzi, sono un pò giù. Chi ne capisce qualcosa alzi la mano. Ho appena finito un lavoro e il risultato sembra a tutti (me compreso, e questo mi sorprende) davvero ottimo. Mi trovo però a pensare: buona l’idea di giocare a golf. In effetti però non so giocare a golf. Mah. Ma. Ma un collega ha scambiato con un altro (che ha vissuto undici anni negli States, particolare importante per comprendere l’evolversi della storia) la propria cyclette per ricevere in cambio una bella sacca da golf completa di mazze (buone oltretutto, a quel che dice “da agonismo”. Ci giocava in America, qui non ha tempo). Una volta (ieri) venuto in possesso delle mazze il tipo della cyclette s’è giustamente preoccupato di sapere che se ne poteva fare e alla fine -chiama, informa e briga- mi ha convinto e coinvolto ad andare sui campi da golf. Lezioni e via: si organizza tutto. Quindi giocherò a golf.

Credo.

Ok, mi dico: bella cosa.

Eppoi c’è la faccenda del week a Como, sul lago.

Ok, mi ripeto: vediamo che ne viene.

Eppure un sordo rumore di fondo (la deriva della barca forse lo sta toccando e striscia? Poveri crostacei e molluschi abitanti del mare, a cui sto scompigliando l’ecosistema, allora!) e mi segnala che sono finito in una sorta di secca.

Ovvero: c’è qualcosa che potrei fare, ma non faccio. I’could, but…

Questa mattina ho iniziato il secondo volume della trilogia “Valis” di P.Dick. Ne ho già letto una buona parte: strano a dirsi ma ultimamente la mia velocità di lettura si è come moltiplicata. Anzi: è cresciuta esponenzialmente. Mi domando se non me lo sogni. Se le pagine le leggo davvero o il mio cervello sia finito in pappa. L’altroieri ho preso, in fondo, il primo volume, rifletto. Com’è che ieri ero già al secondo?

Uhmm. Comunque uno dei protagonisti (secondo uno stilema classico di Dick) in realtà ha avuto un incidente (la sua astronave è stata abbattuta). La moglie è proprio morta, mentre lui è morto ma non proprio, ovvero viene tenuto in uno stato di sospensione criogenica in attesa di trovargli degli organi da trapiantarli. Nel frattempo però lui crede di essere vivo, e vive anche, nei suoi ricordi, ovviamente. Quando Dick te lo racconta, il protagonista parla di sé e dei suoi ricordi come se li stesse vivendo adesso. In più, i suoi ricordi non li possiede come ricordi: li vive come orizzonte davanti a sé, cioè, semplicemente, vive. Vive i suoi ricordi, che per lui non sono fatti, ma l’adesso confuso in cui è immerso. L’effetto è davvero straniante. Sta per conoscere la donna che diverrà sua moglie. C’è una malinconia di fondo terribile.

E poi c’è la Bohemé. Mi hanno chiesto di andarla a vedere alla Scala. Prezzi ottimi, grazie a convenzioni: perché no?

Ok: tutto è ok.

Oppure no.

Una delle cose su cui sto riflettendo ultimamente è che forse non sono uscito mai del tutto dalla percezione della realtà data da alcune sostanze di origine allucinogena naturale. La gente prende farmaci con grande facilità. Mai trascurare cosa succede a te, in questi casi, mai prendere sotto gamba ciò che influisce sul tuo modo di percepire. Sei tu, in fondo.

Mi è capitato molto spesso di svegliarmi e credermi capovolto. E’ difficile spiegarlo, ma alcuni sicuramente sanno di cosa parlo. Nella notte tutto mi sembrava nel posto sbagliato: invertito rispetto al posto che mi sarei aspettato occupasse. Io con le gambe al posto dei piedi. Il problema non sta qui. Questo mi è capitato spessissimo. Ha a che fare con tante cose, incluse i miei problemi di orientamento, quelli che mi fanno entrare in un negozio e, una volta uscito, non sapere da che parte riprendere la strada. Sta nel fatto che, ad occhi chiusi, cioè senza vedere nulla e avere punti di riferimenti esterni, io “pensavo di essere capovolto”. Com’è possibile “sentirsi capovolto” se non c’è nulla a cui ancorare questa esperienza, dico? Eppure, amici, va così. Sapevo di essere capovolto. Ancora più strano: una volta aperti gli occhi ti aspetteresti che le cose si mettano a posto. Se le cose stanno dove sono, stanno dove sono. E’ semplice. Eppure non è così. Pur guardando le cose, mi parevano tutte dalla parte sbagliata.

Poi la memoria.

Chi in qualche misura ha a che fare con i salti di personalità dovuti a certe esperienze diciamo “mistiche” sa cosa intendo: la memoria scivola via e torna. Non è un oggetto. Non è neppure un insieme di oggetti. Somiglia di più al mare. Può ritirarsi: in questo caso, guardando indietro, non trovi che te stesso, la superficie della tua persona, non le cose che l’hanno circondata e sommersa.

Non riesco ad essere abbastanza chiaro su questo punto.

Nemmeno sugli altri, se è per questo.

In ogni caso sento che ci sono mille strade che si prospettano, ma reali.

Eppure.

Nel Menone, Platone è piuttosto chiaro: l’esperienza è un ricordo. L’anamnesi (il sapere vissuto, la completezza di sé) è per l’appunto l’a-amnesia, il perdere l’amensia, il recuperare la memoria: noi sappiamo già tutto e basta riscoprirlo dentro di noi, grattando e grattando, finché improvvisamente, in un lampo, ci riappare nella sua evidenza.

Mi gratto, mi gratto, mi gratto la testa, ma qualcosa mi tormenta.

Se sapessi scrivere il suo nome..

 

Finally: I will go to coffee urn.

A Product Manager.

Theodor Reik avanza un’ipotesi interessante. Il masochismo è più diffuso di quanto non ci rendiamo conto perché assume una forma attenuata. La dinamica fondamentale è la seguente: un essere umano vede qualcosa di brutto che sta giungendo inevitabilmente. Non ha alcun potere di impedirlo; è impotente. Questo senso di impotenza genera la necessità di assumere un certo controllo sul dolore incombente… qualsiasi genere di controllo va bene. Questo ha un senso; la sensazione soggettiva di impotenza è più dolorosa dell’incombente infelicità. Così la persona afferra il controllo della situazione nell’unico modo che le resta: collabora nel tirarsi addosso l’infelicità incombente; l’affretta. Questa attività fornisce la falsa impressione che goda del dolore. Non è così. E’ solo che non può più sopportare il senso di impotenza, o di supposta impotenza. Ma nel processo di assumere il controllo dell’inevitabile infelicità, diventa automaticamente anedonico (ossia incapace o restio a godere del piacere). L’anedonia si insinua di nascosto. Con gli anni assume il controllo dell’individuo. Questi, per esempio, impara a differire la gratificazione; è il primo passo lungo il triste processo dell’anedonia. Nell’imparare a differire la gratificazione, sperimenta una sensazione di autocontrollo; è diventato stoico, disciplinato, non cede agli impulsi. Ha il controllo. Controllo sui suoi impulsi e controllo sulla situazione esterna. E’ una persona controllata e che controlla. Ben presto, allarga la sua sfera, e controlla altre persone, come parte della situazione. Diventa un manipolatore. Naturalmente non è consapevole di questo; tutto quel che vuol fare è attenuare il senso di impotenza. Ma nel corso di questa operazione, insidiosamente sopraffa la libertà altrui. Tuttavia non ricava alcun piacere da questo, nessun guadagno psicologico; tutto quello che ottiene è essenzialmente negativo.

 

Ovviamente può sembrare che a volte perda il controllo e si conceda il lusso di godere. Allora, tipicamente, il suo godimento diventa una trappola del controllo sull’altro e lo soggioga: il meccanismo non perde effettivamente il controllo, piuttosto si sfoga come può e vuole. L’oggetto può essere una cosa o una persona qualunque, che viene irretita dal suo sistema di pseudo-vero/finto-controllo. In realtà la sua vita si sta sfasciando. Tutto può essere messo sotto sistema e la persona, che non è più lei, può fare e dire senza alcuna riserva morale ciò che vuole, dato che, in effetti, non sa chi sia il colpevole, di certo non lei, ma il meccanismo di cui e con cui ha iniziato a affrettare e seguire l’infelicità e il dolore incombente ed inevitabile, o presunto tale. La menzogna non viene più identificata con nulla di specifico, se riferita a sé.

 

Theodor Reick andrebbe letto, insomma.

Era all’incirca fra poco. Nella ricorrenza cioè. Deve arrivare fra un po’, basta aspettare. Siamo a metà maggio, era l’inizio di giugno. Doveva essere l’inizio di giugno e andavo a sera tardi a fare una passeggiata nel bosco di fronte a casa mia.

Era stato ripulito e messo a nuovo: ci andavo con i cani prima che iniziassero i lavori e anche durante. Restaurare un bosco è un’operazione assai strana: però togliere le lavatrici di torno si è rivelato un gran vantaggio. Con i miei cani ci correvo.

Quando ancora dovevano creare i sentieri, poi pavimentati in pietra, c’era una macchina che davanti a sé spazzava triturando tutto quello che trovava, arbusti e piccoli tronchi inclusi. Dietro di sé lasciava stradine di segatura. Era molto divertente percorrere quelle stradine e perlomeno insolita la sensazione di stare in un bosco che aveva l’odore tipico di una segheria.

Era notte, una notte scura e senza luna di inizio giugno. Dovevo essere triste, dato che era appena trascorso il mio compleanno. Sono maggiolino. Come l’insetto. Sono innocui, i maggiolini: con la corazza e le elitre verde cobalto/smeraldo vanno in giro senza particolare scopo. Pare che si dica ai bambini di non giocarci per un unico motivo, non essendo affatto pericolosi: se li si capovolge, mettendoli a pancia in su, non riescono a tornare a posto. Poveracci. Sono stati anche un gioco per poveri, in compenso: mio nonno raccontava che da bambini li prendevano (sono innocui, li si cattura con facilità: non hanno niente di particolare da fare se non andare in giro ronzando tranquilli da fiore in fiore) e ad una zampetta li legavano con un filo, che all’altro capo tenevano in mano, come fossero dei palloncini con una loro volontà. Non esistevano quelli gonfiabili alle fiere.

Non esistevano un mucchio di cose, se è per questo, allora.

Lo zucchero filato doveva ancora arrivare. La radio, si sa, qui giunse a cavallo con la guerra. La mitica “galena”, la radio fatta con un minerale (la galena appunto) e un paio di pezzi di ferro, filo di rame, rocchetto e – se si era fortunati – qualcosa che potesse somigliare a delle cuffie.

Ero certamente, lo so, triste.

Capita tipicamente per il mio compleanno.

E’ capitato l’altro anno. Per dirne una. Sono stato molto triste, l’altro anno. Per fortuna ci sono stati gli amici. Alla mia festa non posso dire che non hanno cercato di tirarmi su. Però sono stufo che vada così: che per il mio compleanno la gente che mi sta vicina debba in qualche misura passare il tempo facendo finta che tutto mi vada bene e sorridere in quel modo che vuol dire “beh, consolati, ci siamo sempre noi, no?

E quello prima, mica andò tanto diversamente. Cerco di ricordarmelo. Penso addirittura di averlo rimosso. Ah, no: ero a casa di amici. Ero triste, ma mi regalarono un bel compleanno. Consolatorio, ovviamente.

Non vorrei – a questo punto – passare per irriconoscente: se c’è una cosa al mondo che mi smuove e mi fa commuovere è l’amicizia. Purtroppo devo anche dire che praticamente, mi dicessero se fossi pronto a dare la vita per uno sconosciuto, qui-per-qui, lo farei senza pensarci un attimo. Amico o sconosciuto, in questo senso, non vale molto.

Quello precedente e l’anteriore ancora credo siano stati fra i peggiori. Ci fu un bel compleanno o quasi che mi organizzò la Mafalda. Però qui è meglio non parlarne: talvolta io sono un bastardo.

Devo andare indietro al più bel compleanno della mia vita, a questo punto. Fu un compleanno misto, che organizzammo a casa mia io e Sara. Anche lei è maggiolina! Ciao Sara! Però è un toro, non un gemelli. Gemelli sono mia sorella, nata il sette di giugno, come l’altra. La mia ex, intendo. E gemelli fu mia nonna, nata il 31 di maggio. Bellissima mia nonna. Quando oramai la emiparesi l’aveva devastata non si stancava di ripetere – come un incomprensibile ritornello – “tre, tutti e tre”. Non ti preoccupare, nonnina: noi sappiamo cosa intendevi. Siamo noi, noi tre, i tuoi nipoti, che chiamavi con il tuo ritornello attorno al tuo cuore. “Tre, tutti e tre”. “Tre, tutti e tre”. Non ti preoccupare: stiamo tutti alla grande, io, Fabrizio e Fabiana, figli del tuo unico figlio, nostro padre.

Tre, tutti e tre”. Mi faceva una grande tenerezza e cercavo di rassicurarla, ovviamente come poco può un ragazzo appena cresciutello, che non si fa la pipì addosso, ma poco ci manca, in confronto alla grandezza e vastità della vita.

Fu un compleanno grandioso. Sara, del 13. E io. Del 27. Due numeri che sulla ruota stanno appiccicati. Decidemmo di fare una grande festa da me, assieme. C’erano tutti. Ero ricco, allora. E Sara la mia principessa. Mi ricordo cosa mi regalò per Natale: quando eravamo diventati “una coppia” da meno di un mese, molto meno.

Ci fu tanto da ridere quando, dopo aver fatto l’amore la prima volta, lei mi disse, con fare fra l’indeciso e l’ingenuo: “beh, allora ci sentiamo” e io le risposi “beh, magari giovedì” (era tipo lunedì). Volevamo – credo e amo farlo ancora – darci un tono. Ci vedemmo il giorno dopo e quello dopo e quello dopo ancora e facemmo l’amore per molti mesi ogni giorno, ogni giorno, ogni giorno.

Beh, non fu facile per la mia principessa, alla fine.

A Natale, comunque, io le feci alcuni regali. Volevo stupirla. Rimane storico il fatto che rimandammo un ipotetico viaggio assieme a NY. C’è tempo, si disse allora. Il tempo, però, non ci fu.

Sono stato io a far finire il tempo, prima.

Scusami principessa. Te l’ho scritto nel puzzle. Quando saremo gatti, come dicevi tu.

Questa frase mi emoziona ancora: quando saremo gatti.

Comunque io le presi, fra l’altro, degli orecchini in perle. Spesi un capitale. All’oreficeria mi conoscevano: era una simpatica e molto distinta gioielleria artigiana. Vidi in vetrina un orecchino davvero particolare: era plasmato sul lobo, in oro battuto, dell’orecchia. Però sarebbe svanito l’effetto sorpresa, se l’avessi portata a fare il calco. A capodanno Sara indossò, fra l’altro, gli orecchini di perle (facemmo un’altra grande festa a casa mia: fu un putiferio, un vero putiferio di gente). Uscendo per andare a vedere i fuochi ci trovammo sul sagrato della Chiesa e quale non fu il disappunto di Sara nel passarsi la mano fra i capelli e non trovare uno degli orecchini. Poco mancava si mettesse a piangere. Non riusciva a darsi pace d’averlo perso, era desolata. Io cercai di rinfrancarla dicendole che gliene avrei presi degli altri: cosa sono degli orecchini!! Pensavo ai suoi bellissimi occhi.

Sara si rassegnò. Ma io ritrovai l’orecchino perso, nel buio più pesto della strada, davanti a casa. Sul viso di Sara si dipinse uno dei sorrisi più indimenticabili del mondo: disse che era destino, che allora era destino. Che ci saremmo sempre ritrovati.

Non è così, ma va bene così.

Sono molto felice se Sara sarà felice: è una ragazza d’oro. Merita il meglio. Come tutti d’altronde. O quasi. Quasi tutti.

Quando saremo gatti. Mi viene da piangere, Lu.

Insomma facemmo un compleanno gigantesco a casa mia: c’era di tutto e ogni cosa era perfetta.

Ti ricordi come ti approcciai, la prima volta, Sara? “Sei libera?” ti dissi. “Liberissima” rispondesti tu. “Aspetta qui allora”.

Quello (di cui ho parlato prima) fu il più bel compleanno della mia vita. Per il resto una tristezza infinita. Scusate, genitori. Sono sicuro che ce ne furono di meravigliosi quand’ero piccolo piccolo, ma non me li ricordo. Tutto qui, niente da dire: fui un bambino fortunatissimo e trattato con ogni riguardo, da questo punto di vista.

Era l’inizio di giugno, comunque.

Ed era notte.

Mi trovavo all’entrata del bosco vicino a casa mia.

Quello che avevano “rimesso”-“a”-“nuovo”.

C’è ancora – però – d’aggiungere alcune cose e finirne altre lasciate in sospeso. Tipo cosa mi regalò Sara, per Natale. Oddio: fu una sorpresa davvero. C’era uno scatolone enorme. Sara aveva fatto, con le sue mani, una coperta componendola a scacchi, cucendoli pazientemente nel tempo libero (e non ne aveva moltissimo), facendosi aiutare dalla moglie di un suo vicino, quella che chiamava la coppia “veterinario-ballerina”. Lei faceva la ballerina e lui il veterinario. Una bella coppia. Infelice solo perché – “solo” qui vale come “esclusivamente per questo” – che non potevano avere figli. Avevano anche una stanza già tutta arredata per il neonato che mai sarebbe potuto arrivare. Niente da fare. Non tutte le ciambelle, come si dice..

Sara mi lasciò di stucco: c’era del suo, capite? C’era “del suo”, suo davvero.

Ho ricevuto altri grossi regali nella mia vita. Uno in particolare mi ha commosso, ma qui non ne parlo. Lo porto sempre sul braccio sinistro. Non lo tolgo mai, per così dire. E’ un tatuaggio.

Due tatuaggi tutti personali invece porto stampigliati uno per ogni mano: una bella cicatrice su ogni dorso, per ricordarmi quanto si può essere stupidi per le donne. Io ho una soglia del dolore fisico piuttosto alta: così ho pensato bene di lasciar traccia di quello che pensavo in merito alle due mie – altrettante – ex sul mio corpo. Non so se si vive una sola volta – milioni di buddisti, centinaia di milioni, forse un miliardo e più, il che vuol dire più di tutti gli altri credenti nelle varie fedi di tutto il mondo credono che no, che si vive più volte – io non so se si vive una sola volta, ma di una cosa sono certo: una sola volta si crepa. Altrimenti è una fregatura. Il che non può essere.

Perciò segnare il proprio corpo non è ‘sto fatto di grande importanza.

Altra cosa lasciata in sospeso e che mi affanna non poco: come sarà questo compleanno? Dio non voglia triste.

Un mio compleanno il primo messaggio di auguri che ricevetti fu di quella che ora dico essere la mia ex. E, e x. “E” è una congiunzione. “X” l’incognita, ma anche il simbolo della moltiplicazione.

Dio non voglia sia triste. Il secondo messaggio di auguri che ricevetti, lo stesso compleanno, fu della mia “ragazza” di allora, e non era del tutto pacifico. Che strano il destino, nevvero? Ora i due messaggi, di cui il primo mi fece un gran piacere e il secondo una grande rabbia, sono accumunati da un’impressione di malinconico torpore, entrambi. Il secondo comunque era davvero pessimo. Voleva essere una sorta di strambo e cattiverioso augurio per la mia vita, perché “occorre essere fortunati” diceva, o qualcosa del genere. Già mi aspetto qualcosa per questo compleanno.

Mi scriverà, mi chiamerà? E se mi chiamerà, io risponderò? Se non lo faccio lei poi mi scrive un messaggio. E la cosa diventa ancora più triste. Ma in quale labirinto mi sono perduto? Possibile che non si trovi la strada per uscirne?

Quanto vorrei essere felice questo compleanno.

Invece sarò solo soletto. Mi ci giocherei una palla.

Adesso posso finire quello che ho cominciato: era l’inizio di giugno, all’incirca.

Ed ero certamente triste.

Arrivai nell’aperto del bosco.

Fu allora che vidi uno spettacolo irripetibile: le uova di mille e più lucciole si erano schiuse assieme e tutto lampeggiava attorno a me: la terra, l’erba, gli alberi, il cielo, l’aria.

Era il natale della natura.

Capita.

Quando saremo gatti.

Solita scena. Sono al parco e disegno sul mio blocco.

Mi si avvicina, con fare interessato, dando una furtiva occhiata sui fogli.

“Perché disegni?”

 

Mah, sai, faccio mentre mi rigiro le mani davanti al viso, ho le dita troppo tozze per fare il pianista e credo che lo zufolo vada bene per gli andini. D’altraparte sono un tipo mercuriale-saturnino, tendente tanto alla malinconia quindi, quanto alla melanconia. Passa una lettera di differenza, ma valgono entrambe: da non confondere però. Il sangue è troppo fluido credo, in ogni caso, per le arti plastico-figurative.

 

Altra.

“Perché disegni?”

 

Questa risposta è storica.

Secondo di silenzio. Poi attacco: “Non avevo idea che i nostri parenti si conoscessero”. Nella mia testa, in quel secondo di mutismo, ecco le associazioni fatte, di cui non sono responsabile come essere raziocinante. Sono venute automaticamente e senza il mio controllo:

  1. le donne sono tutte curiose; fa parte dell’animo femminile, non possono farci niente
  2. anche le scimmie sono curiose: non puoi lasciare nulla in giro che te lo sezionano, dissezionano, girano e rigirano. Vedi quello che ne racconta Lorenz. Eppoi è risaputo che sono dispettose
  3. c’è qualcosa che avvicina le donne alle scimmie. Sono curiose e dispettose.
  4. La scimma ha dunque qualcosa di femminile?
  5. Però la scimma non può essere “il” femminile, dato che esistono scimmie maschi e scimmie femmine.
  6. Altrimenti non si spiega come si riproducano
  7. E non ci saremmo mai evoluti, dunque non sarebbe qui lei e non sarei qui io
  8. D’altra parte quando penso alle scimmie mi viene in mente anche e subito l’immagine delle tre scimmiotte. Una si copre la bocca, una gli occhi e una le orecchie. Che cos’ha a che fare tutto ciò con quello che si pensa comunemente delle scimmie? Le scimmie “scimmiottano”.
  9. Non vedo, non sento e non parlo: non è che si associ così bene con la curiosità e il dispetto
  10. I buddisti fanno della scimmia uno dei simboli dell’anima in pena. “La favola dello scimmiotto” ne è un esempio, nella letteratura cinese classica. C’è il monaco, il porco e la scimmia. La scimmia oltretutto ha un bastone che si alluga con i desideri (vorrebbe arrivare al cielo): e il suo bastone è chiaramente l’esternazione del desiderio maschile/il pene
  11. Le femmine mi piacciono
  12. Deriviamo tutti dalle scimmie comunque

Concluso in: “non avevo idea che i nostri parenti si conoscessero”

 

Terza.

“Perché disegni?”

 

“Sono di estrema destra. Ma estrema-estrema. Non quella stupida, però. Voglio dire: credo nelle tradizioni, tipo la famiglia, il matrimonio. A questo proposito in effetti ci credo così tanto che vorrei si sposassero tutti. Anche i gay. Direi che per estensione si potrebbero sposare anche i parenti: sarebbe un modo per unificare i legami di sangue con quelli legali. Da padre e madre ai figli, tutti. Tutti con tutti. In fondo perché no? sposiamoci tutti. Eppoi sono cattolico. Fanta-cattolico, intendiamoci bene: chi non è un po’ new-age di questi tempi? Dopo l’era dei pesci è un bel pezzo che siamo in quella dell’acquario e – gesù – mica potremo stare sempre ammollo: io già aspetto la successiva. Non odio i negri, comunque. E penso che gli ebrei abbiano già avuto una bella batosta: perché prendersela sempre con i soliti? Ho un tatuaggio e mi raso i capelli. Tengo alla forma fisica e credo nel valore del corpo. Insomma, se pur non si può dire con troppa fermezza che sono invasato dal credo dei marines, Dio, corpo, patria o giù di lì, mescola e rimescola se sei di sinistra non credi nella nazione. E io invece sono così nazionalista che anche su questo vorrei estremizzare: direi che sarebbe il caso che tutti avessero una propria nazione. L’hanno gli ebrei, cos’è ‘sta cazzo di storia che i palestinesi non potrebbero? Eppoi come al punto precedente, quello del matrimonio, vale lo stesso principio. Essendo un estremista tendo ad estremizzare: a tutti una nazione vuol dire una nazione ciascuno. Io ad esempio a certi pianterei una bandiera nel culo e, per non togliergli l’alzabandiera mattutino con la tromba, gliela farei togliere all’alba, così scoreggiano per bene. D’altrocanto chi non si mette un’uniforme? Pensa te che io prendo le bandiere prestampate sulle t-shirt – oddio, talvolta per risparmiare le fanno che sono un tale schifo che potremmo chiamarle tranquillamente t-shit – e così appartengo a qualcosa che mi appartiene e mi sento più uniformato.

Bevo e mangio macrobiotico.

I dottori sono una seccatura.”

 

Vorrei rispondere così, più o meno. Chiaramente sono tutte fantasie. Intanto che disegno penso.

Canale 1

Squilla.

E’ lei?

Sì, è lei.

“Ciao”,

“Ciao, ti amo, mi manchi tantissimo”

“Mi fai male a dire così, sai che sono confusa. Eppoi dopo quello che mi hai detto..”

“Ti prego” – sento che divento pietoso.

“Ti ho chiamato per quella cosa (sostituire a “cosa” un’amenità qualunque, trattandola come una incognita, la “x” matematica, per un’equazione che finirà risolta banalmente, con delusione del risolvente – io – tipo: “x = cosa = faccenda-in-sospeso”).

“Ah, ma io ti amo, ho bisogno di te” – imploro.

Rifaccio.

 

Canale 2

Squilla.

E’ lei?

Sì, sì. E’ lei. Cosa vorrà dirmi? Sono con il pollice sul tasto verde del cellulare: non oso rispondere (a lei e alla mia domanda: temo sia per una cosa qualunque, una “x” matematica, un’equazione blah, blah, vedi supra).

Premo verde. E’ il colore della speranza, in fondo.

“Ciao”

“Ciao”

“So che non dovrei dirlo, per tutto quello che di schifoso mi hai scritto, scrivendo anche ai miei amici etc, ma mi manchi, tantissimo”.

Penso che in fondo c’è ancora quel “so che non dovrei” e “schifoso che mi hai scritto”, ma si fa largo anche un “mi manchi tantissimo”: e se..

Continua lei: “come stai tu?”

“Ti amo”

Rifaccio.

 

Canale 3

Squilla.

E’ lei.

So cosa devo dirle: sostituirò qualunque “x” di cui lei vorrà parlarmi perché “x” è solo un pretesto. Lei mi vuole. Non riesce a dirlo, magari e ancora, ma dietro ogni – qualsiasi – frase c’è, ne sono sicuro, il suo bisogno di me.

“Scusa se ti ho chiamato. So che non avrei dovuto”.

Frano.

Poi mi riprendo: è stato solo un attimo: devo pensare che: oltre tutte le parole, oltre tutto quello che può dire, nel mondo oltre il mondo, nel silenzio e nell’ombra di un sole minaccioso che dice di sapere quello che vuole e dardeggia le sue richieste, cresce ed è sempre presente il suo amore per me.

“Mi manchi” – evito il precipitoso “ti amo”. “Mi manchi” vuol dire “a me, manchi, e tu?” Non posso impegnarla subito in un ipotetico baratto finale, tipo mezzogiorno-e-mezzo-di-fuoco in cui al “ti amo” occorre la replica istantanea del “ti amo anch’io”. Più prudenza ci vuole, delicatezza, condurla per mano verso quello che non riesce a dire ma c’è, iniziando da un “mancare” per l’appunto. Se manca – al momento – è ovvio che non può dirlo.

“Anche tu, ma non posso.”

Ah no? mi chiedo silenzioso. E perché no? chiederlo sarebbe una trappola, mettersi con le spalle al muro e chiedere la fucilazione istantanea, il gas lacrimogeno e di essere bendato alle ginocchia, piuttosto che al volto, per evitare al caso un ultimo e impossibile tentativo di fuga, se alla prima raffica il plotone di esecuzione avesse – miracolosamente – mancato il bersaglio. Dopo aver fatto un passo falso sarebbe come chiedere al plotone di esecuzione di essere misericordioso, come se fossero lì per darti solo il tocco finale, la pistolettata silenziosa e pietosa alla tempia, e non la raffica crivellante. Non va così, di solito, in un’esecuzione. Sommaria. Le pallottole si sprecano. Si sommano. Ti bucano tutto, non solo la testa. Perciò cautamente dico “lo so” (prima strategia: confermare la pazzia, assecondare la follia), “lo so che non puoi” (perché? Continuo a chiedermi silenzioso, però).

“Non posso perché…”

Ecco: ho sbagliato nuovamente. Ora è lei che mi spiegherà “perché” non può. Verranno elencate le ragioni, i motivi, una sarabanda totale, una lista completa che si srotolerà in successione e non mancherà di rimpolparsi e crearsi, allungarsi, strisciare, crescre e arrotolarsi attorno ad ogni mia possibile replica.

Rifaccio.

 

Canale 4

Squilla.

Spero lei abbia letto tutto quello che ho scritto sul mio blog, ovvero qui. Spero che abbia capito quanto mi manca.

“Ho letto tutto quello che hai scritto nel blog”.

Beh, penso, non è possibile: lo sto scrivendo. Non puoi aver letto anche questo: lo sto componendo proprio in questo momento, adesso!

“E’ inutile: lo so che sei bravo con le parole, ma ho già letto tutto. So cosa vuoi dire, so cosa hai voluto dire e cosa potresti dire”.

Metastoricità, metanarrazione: siamo nel paradosso.

A questo punto è inutile pure continuare con la finzione della telefonata. Ti parlo direttamente dal testo, tanto lo stai leggendo, giusto? “Giusto!”

Posso evitarmi di virgolettare le tue parole? Sì. Grazie: devo fare sempre un salto con lo shift-2, per scrivere le virgolette ed è scomodo. Fai pure, tanto non serve comunque a nulla: io sono già alla fine di questo capoverso, mentre tu mi stai ancora scrivendo. Mentre tu mi stai ancora scrivendo.

Non possiamo provare? (sono io che scrivo)

Abbiamo già provato e non funziona. Sono io che non funziono. (sono sempre io a scrivere, ma è lei che parla, cioè tu).

No, no, ti prego.

Non cadere nell’errore del canale 1 e 2: sai che mi fai male se mi preghi, perché io soffro, soffro per te. Ma soprattutto soffro per me, non sai quanto soffro a leggere quello che scrivi. Ma devo pulirmi, e non è possibile: però ogni cosa che ti ho detto è stata sincera, la provavo, quando te l’ho detta.

Sì, ma l’amore non è puntiforme, mica puoi dire: hei, adesso ti amo, e pretendere di essere sincera solo perché esattamente in quel momento la provi anche se sai che dopo un attimo potrebbe essere diverso..voglio dire, non io non posso…

So che non puoi, tesoro. Per questo sono qui a leggerti e scriverti (dice e scrive lei).

Ti amo. Scrivo io, mi stai leggendo? Mi stai leggendo ancora? Sei ancora qui? Hai i tuoi occhi su queste lettere? Hai il tuo sguardo proprio qui? Su questo punto di domanda, scivolando di parola in parola su questo che vado a dirti, ti prego, mi manchi, mi manchi, mi manchi, resta su queste parole, tieni compagnia alle mie parole, accompagnale: mi manchi, mi manchi, mi manchi, non lasciarle orfane, stacci sopra, coccolale, prendile con te, custodiscile, accudiscile, fai all’amore con le mie parole e tornamele, tornamele moltiplicate per mille, per diecimila, piangi. Ti prego, bagna queste parole.

Sono nuovamente patetico.

Beh, un po’.

Grazie.

Prego.

Ma è così.

Perché non puoi?

Tanto me lo diresti comunque, no, che (io) te lo domandi o che (tu) me lo dica.

Perché sono confusa. Sei stato la persona più importante della mia vita.

Sei stato? Non ferirmi con questo “stato” (shift+2), come se fossi il passato. Io sono qui, il presente, al presente, anche se quando mi leggerai questo sarà passato. Ma è un futuro anteriore: sarà passato. Capisci quello che intendo? Il mio amore sarà (forse) passato, ma ora è presente, è qui, in questi ingarbugliati giochi, in queste parole che vogliono trattenerti sempre, per sempre, sul video.

Passa oltre lo schermo. Passa oltre lo scherno. E’ un salto facile: vieni qui. Raggiungimi. Io sono proprio qui, oltre queste parole, aldilà di esse, oltre questo inchiostro virtualmente elettronico, fatto di shift+2amoreshift+2

Vorrei, l’ho voluto tanto: speravo che tu fossi quello.

Ah, non dire “vorrei”, condizionale e meno che meno non farmi male con “quello” “speravo che”.

Sono io che soffro, non hai idea di quanto soffro nel dirtelo (è lei, sei tu che parli ora).

E ancora, aggiungi: non era il momento giusto, io non ero pronta, tutti i miei errori, i miei non-tradimenti (giusto, giusto, come potresti esprimerti meglio? Per te non è “tradire”. Scusa, cazzo, lo so, non dovevo scherzare su questo: che erroraccio, ma non torno indietro e cancello).

Sarebbe inutile, infatti, Federico, perché ho già letto e comunque non possiamo far finta di niente, non esiste questo CANC-DEL, nella vita, per la nostra storia. Se ti ho fatto quello che ho fatto ci devono essere delle ragioni.

Non è vero: può essere capitato. Immotivatamente. Cioè: perché avevi paura che io fossi l’ultimo uomo, e tu hai venticinque anni. Hai gli ormoni, una psiche variabilmente instabile, tutto giocava a sfavore di noi.

Non funziona.

Non funziona.

Non funziona?

Non funziona?

Cos’è, facciamo un taglia/copia/incolla fra me e te? Fra quello che dico io e quello che dici tu? Daì, avevi detto che non avevi messo la parola shift+2fineshift+2 fra noi, che io ero troppo importante. (Com’è che nella lettera che hai mandato a quell’altro sugli ultimi tuoi anni della vita a Trieste io nemmeno ci sono: ci sono tutti i tuoi ex, gli amici, tutti-tutti-tutti e io nemmeno in una foterella, nemmeno di striscio, di profilo, come sfondo? Non capisci quanto questo mi abbia ferito, come mi sia sentito? Se sono stato l’uomo più importante della tua vita, com’è che non mi hai messo nelle foto? Cos’è, avevi paura di risultare indelicata includendomi nella tua vita con l’uomo con il quale mi hai costantemente paragonato – a tuo scrivere nella mail – e al quale non hai avuto paura di dire che hai fatto come lui con te, appoggiarsi a te/lui per abbandonarmi, come lui la sua donna? Dio, dio, non hai idea di quanto io sia stato male).

Shift+8ti prego, ti prego, fa che non sia accaduto, fa che tu torni da me piangendo e vuoi fare l’amore con me, che mi ami, mi dici che mi ami, che adesso – adesso! Qui! – lo sai, lo so che me l’hai già detto, che me l’hai detto anche il giorno stesso in cui sei andata a letto con lui, dopo poche ore che ci eri stata, che avevi capito che volevi me, che hai pianto, che ti mancavo, che hai urlato il mio nome, ma ti prego, dimmelo, dimmelo. Hai detto un mucchio di menzogne, e non fanno mai bene, almeno ora che sia vero o che sia falso dimmi come mi dicevi shift+2sposami!shift+2, sposami dicevi, questa potrebbe essere la soluzione dicevi shift+9

Sono sfiancato.

Ti penso in continuazione.

Voglio immaginare che queste parole, le ultime che abbiamo scritto, qui, le abbiamo scritte assieme.

Anche se non so cosa voglia dire, ti amo. E corri da me.

Orta

Arrivo a Novara. E’ una gita: destinazione Orta. E chi ne sa nulla? La prima fregatura però – e l’unica - sembra non farsi attendere. Mi viene incontro Francesco, il mio anfitrione e – non avendo io scelto la parola a caso per designarlo – mica si presenta come un sobrio cicerone. Macché. E’ elegante da mordersi le mani. Cazzo, cazzo e cazzo, penso: guarda che roba. Un vestito semplicemente elegante starebbe alla tenuta di Francesco come una pelle di primitivo alla tuta di un astronauta. Sono vesti entrambe, d’accordo, ma ce ne corre. Sportivamente ineccepibile. Devastantemente anni luce avanti ai miei ridicoli jeans, scarpe di ginnastica e camicia bianca coreana. Vabbeh, non c’è molto da fare in questi casi: sarò lo strambo della compagnia. Ognuno deve ritagliarsi il ruolo a seconda dell’uniforme. Sugli ufficiali non si spara se non dopo aver colpito la truppa, mi viene in mente per consolarmi la vecchia regola delle guerre del sette/ottocento. Perciò farò la parte della truppa.

Orta.

Cinque stelle.

Una gemma sul lago. Consigliata vivamente per chiunque: una serie di ville ottocentesche – il clima del lago spingeva tutti i nobili a costruirne una lì – che si apre con il castello (ora hotel) in stile moresco. Scusate: non è in stile moresco, il ché sarebbe come semplificare un integrale da interpolare per farne un’equazioncina di primo grado. Il proprietario era un commerciante con l’Oriente. Ricco, molto ricco. Tornato dai suoi viaggi da Bagdad, volle farsi costruire qualcosa che ne fosse all’altezza. Incluse le scritte arabe. Una cosa incredibile, a cui la foto non rende per nulla merito.

Orta, dicevo, è costellata da preziose ville immerse nel verde. Ma non le ville che vi immaginereste voi borghesacci, poveri e parvenu. Qui l’aria è aristocratica. Ma accogliente ad un tempo. Triste la sensazione davanti alla villa dei Motta, dominata da due leoni: pare che lui non si godette a lungo l’amena località né le accoglienti mura: morì in una guerra. Non specificato quale. A lui comunque parve sicuramente quella decisiva e l’ultima.

Ogni scorcio è semplicemente amabile. Dalla cioccolateria racchiusa in un piccolo anfratto delle calli alle splendide chiesette, allo stile vagamente veneziano, ancora, con influenze di riflesso moresco. Bella, turistica, attraversata da un simpatico trenino.

Battelli vi fanno fare il giro del lago e arrivare anche all’isola, dominata da un monastero, al centro. Anche qui c’è qualcosa di “perfetto”. L’isola di San Giulio ne raccoglie le spoglie: nel libro dei visitatori lascio la seguente dedica “dà a tutti la serenità”. Non occorre essere originali in una chiesa.

Noto di sfuggita che non manca, all’occhio allenato e silenzioso, il mistero tipico del magico piemonte: alcuni affreschi con un bimbo che esce dalla bocca del drago, alcuni richiami alle vesti ricamate ovunque d’occhi dei santi. Nella cripta: un resto con l’immagine di una colomba, voilà, trasformata per l’occorrenza in un pavone con la coda chiusa e il ramo d’ulivo in bocca.

Il pavone è la bellezza del cristiano, con la coda chiusa perché non fa mostra di sé. La sua coda è unica e raccolta perché il Regno è qui, ma anche da venire. Altri simbolismi sparsi un po’ ovunque.

Cibo ottimo, clima fantastico, aria serena, comitive di turisti brasiliani e francesi. Ma guarda un po’: Orta deve essere in qualche misura inclusa in bizzarri pacchetti e tours per stranieri.

Io e Francesco chiacchieriamo di vita, donne e ciascuno racconta le sue storie. Bella quella dell’amministratore delegato e della ragazza incontrata in treno. Ci sentiamo più ricchi, in fondo.

Spiace lasciare questi posti: ne parliamo, del senso del mondo. Che si può fare aspettando il treno in una stazioncina immersa nel verde, soli col sole e una panchina in pietra?

Al ritorno si decide per fermarsi a Novara: c’è la notte bianca.

Scendiamo e mi capita di vedere una dimostrazione in piazza di un aikido a dir poco improvvisato e – per così dire – “pericolante”. Roba da ridere. Mi vien voglia di salire sul tatami e buttare tutto all’aria. Un po’ troppo, mi sembrerebbe, fare la figura di Gesù al mercato, e io non sono di certo all’altezza.

Pieno all’inverosimile di gente. E chi avrebbe detto che Novara sia così bella?

All’aperitivo si va in un locale che deve essere l’incontro della gente-bene del posto. Tutti tiratissimi, ma l’insieme ricorda a me Trieste, a Francesco La Spezia (o i rispettivi contorni). Qui la gente è come se si fosse vestita a festa e i gruppi sono chiusi come ricci. Perciò fanno l’amore fra di loro. Non è la Milano che ho conosciuto da poco: dove puoi avvicinarti a chi vuoi per scambiare quattro chiacchiere.

L’acquazzone, dopo alcune peregrinazioni, rovina la festa.

Passate a Novara. Ne vale la pena tutto sommato.

La guida Michelin personale dà il massimo a Orta.

Se avete una fidanzata o una donna che volete conquistare, qui è il posto.

Qui diventerà la vostra fidanzata se non lo è ancora: scrivetemi per delucidazioni e faccio io un giro di prova per vedere se funziona.

Un cigno si allontana vagamente dalla riva.

Mi spiace che non c’è lei.

Ma d’altronde, per dirla con Shakespeare: “tu mi togli il fiato che il mondo mi dà”.

 

la via,

la vita,

la verità.

Un giorno salì su un ascensore. Ero un universitario in carriera. Sale con me un docente, che vagamente conoscevo, o che – meglio detto – riconoscevo nelle sue funzioni: per chi era, cosa faceva, cosa insegnava e per chi si spacciava.

Ahimé: è così facile venire a capo di una storia, se già le mie parole non riescono a travestirsi abbastanza per metterla in quel chiaro-scuro che permetta di comprenderla mano a mano?

Si spacciava.

Ho spacciato la mia storia! L’ho quasi terminata. E’ quasi uccisa, oramai. Ve la spaccio comunque per qualcosa di leggibile.

Cattolico e buono, dall’aria sempre bonaria e disponibile, mi permetto di domandargli se avesse visto il docente, suo collega, di cui stavo andando in cerca.

“Sono forse guardiano di mio fratello?”, rispose lui.

La citazione biblica rimase appesa nell’aria fra noi due. Cercai qualcosa a tono, per esprimere ciò che, molto semplicemente, mi passava nella mente: che si può essere disponibili con le persone, piuttosto che incedere a parole fuori posto, ad esempio.

E così me ne uscì con un qualcosa che suonava più o meno così: “mica l’ha ucciso vero?”.

Lui mi guardò in tralice. Pensò che fosse una specie di offesa diretta alla sua mancata disponibilità. Lo era, in effetti, ma nella mia mente la leva che mi aveva prestato aveva alzato una pietra facendo vedere il mostruoso e – per quel che mi ricordo – squallido formicolio sottostante, fatto di presunte benevolenze, ammantate di evangelizzazione sorniona.

Chi pronuncia quella frase con cui mi hai voluto mettere a tacere, mio caro professore, pensai, nella mia Bibbia, è colui che ha ammazzato suo fratello. Piccolo cainita.

 

La via.

Un giorno ci fu una discussione, una banale e stupida discussione, in uno scomparto di treno, fra noi allievi. C’era anche lui.

Gli animi, il mio in particolare e quello di un altro, si esacerbarono. Non c’è cosa peggiore fra uomini che condividono una via marziale, per quanto questo voglia dire, che creare, si creino o creino essi stessi attriti fra di loro: c’è una purezza d’intento e di pensiero quando si sale su un tatami.

Se è inteso correttamente, il tatami è, come ogni cosa e letteralmente, nella mente di coloro che vi salgono uno specchio in terra del cielo. Ti insegnano, innanzitutto, se vuoi, che devi purificarti prima di entrarvi. Il tatami è un tempio, un taglio sulla terra, un solco che divide il profano dal sacro. Quando ti eserciti e diventi un esercizio e con ciò parte di un esercito, per quanto questo possa far sorridere chi non l’abbia vissuto, il rispetto reciproco è fondamentale. Devi avere l’animo sgombro, abbandonare le impurità che altrimenti si rifletteranno come in uno specchio d’acqua cheta e faranno apparire la con evidenza la disarmonia con te stesso e con gli altri. Non potrai aiutare te stesso e gli altri non potranno praticare con la giusta disposizione d’animo.

Quel giorno i nostri complessi animi non erano all’altezza e qualcosa fra noi, tenuto sempre fuori, volle entrare e gettare scompiglio.

La natura della contestazione era pretestuosa e le mie parole, oltre che vane, stupide.

Attilio Lovato, il mio sensei, intervenì fra noi due, antagonisti.

Non ci furono grandi soluzioni, né parole né atti saggi o memorabili.

Non è una storia zen, nessuna risoluzione misteriosa o illuminazione adatta a riflettere.

L’ho raccontato solo perché a distanza di anni la via ha trovato il modo per mettere a tacere le mie troppo insulse piccolezze, o almeno spero, senza il suo intervento.

La via è grande.

 

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